Prove storiche da fonti non Cristiane
dell'esistenza e della vita di Gesù Cristo
studio elaborato sulla base di uno studio di M.
Gleghorn
Nonostante l'inconfutabile evidenza dell'accuratezza e della
fedeltà storica del Nuovo Testamento della Bibbia, molte persone rifiutano
di accettarne e crederne il contenuto perché vogliono un riscontro in
fonti non bibliche e non cristiane che ne avvalorino le
affermazioni.
Alcuni
agnostici ed atei affermano che escludendo "qualche oscuro riferimento in
Giuseppe Flavio e simili", non ci sono prove storiche della vita di Gesù
al di fuori della Bibbia.
La
realtà è che tali prove esistono in gran numero, e in questo articolo ne
osserveremo qualcuna.
Prove
dagli annali di Tacito
Cominciamo con un passaggio che lo storico Edwin Yamauchi definisce
"probabilmente il riferimento più importante a Gesù al di fuori del Nuovo
Testamento". Riportando la decisione dell'imperatore Nerone di riversare
sui Cristiani la colpa dell'incendio che distrusse Roma nel 64 d.C., lo
storico Tacito scrisse:
"Nerone riversò la colpa . . . su una classe odiata per le
loro abominazioni, chiamati Cristiani dal popolo. Christus, da cui il
loro nome ha origine, subì l'estrema condanna durante il regno di
Tiberio per mano di . . . Ponzio Pilato" (Tacitus, Annali
15,44).
Cosa
possiamo apprendere da questo antico (e piuttosto animoso) riferimento a
Gesù e ai primi Cristiani? Notiamo, innanzi tutto, che Tacito riporta che
il titolo di Cristiani deriva da una persona realmente esistita, chiamata
Christus, il nome latino per Cristo. Di lui si dice che ha subìto
"l'estrema condanna", alludendo ovviamente al metodo romano di praticare
l'esecuzione capitale mediante la crocifissione. Questi avvenimenti
sono avvenuti "durante il regno di Tiberio" e per decisione di Ponzio
Pilato. Ciò conferma le affermazioni del Vangelo sulle circostanze della
morte di Gesù.
Prove da
Plinio il Giovane
Un'altra importante fonte di prove storiche su Gesù e sui primi
Cristiani si trova nelle lettere di Plinio il Giovane all'imperatore
Traiano. Plinio fu allievo del famoso retore Quintiliano, ed era il
governatore romano di Bitinia, in Asia Minore, e del Ponto. Egli ci ha
lasciato una raccolta di epistole contenute in 10 libri, l’ultimo dei
quali contiene il carteggio ufficiale tra lui e l’imperatore Traiano.
Queste lettere risalgono per lo più al periodo del governatorato di Plinio
in Bitinia, ovvero agli anni 111-113, e sono una fonte documentaria di
eccezionale importanza.
In una
delle sue lettere, egli chiede consiglio a Traiano sul modo più
appropriato di condurre le procedure legali contro le persone accusate di
essere Cristiane (cfr. Plinio, Epistole X,96). Plinio dichiara di avere
necessità di consultare l'imperatore riguardo a tale questione, poiché un
gran numero di persone, di ogni età, sesso e ceto sociale, erano state
accusate di essere Cristiani.
Il
procedimento di Plinio è il seguente: egli interroga i presunti cristiani,
e se essi risultano tali, e non ritrattano entro il terzo interrogatorio,
li manda a morte. Per coloro che neghino di essere cristiani, o dicano di
esserlo stato in passato, anche vent'anni prima (allusione alle apostasie
dovute alla persecuzione di Domiziano?), egli pretende la dimostrazione di
quanto affermano, inducendoli a sacrificare agli dei, a venerare l'effigie
dell'imperatore e a imprecare contro Gesù Cristo.
A un
certo punto della sua lettera, Plinio riporta alcune informazioni sui
Cristiani:
"Essi avevano l'abitudine di incontrarsi in un certo giorno
prestabilito prima che facesse giorno, e quindi cantavano in versi
alternati a Cristo, come a un dio, e pronunciavano il voto solenne di
non compiere alcun delitto, né frode, furto o adulterio, né di mancare
alla parola data, né di rifiutare la restituzione di un deposito; dopo
ciò, era loro uso sciogliere l'assemblea e riunirsi poi nuovamente per
partecipare al pasto -- un cibo di tipo ordinario e innocuo"
(Plinio, Epistole, trad. di W. Melmoth, revis. di W.M.L. Hutchinson,
vol. II, X,96).
Questo
passaggio ci fornisce un interessante scorcio della vita e delle pratiche
dei primi Cristiani. Innanzi tutto, leggiamo che i Cristiani si
incontravano regolarmente un certo giorno per adorare. Poi, leggiamo che
la loro adorazione era diretta a Cristo, e ciò dimostra che essi credevano
fermamente nella Sua divinità. Inoltre, la frase di Plinio che
sottolinea come i Cristiani cantassero inni a Cristo, "come a un dio",
viene interpretata da uno studioso come riferimento al fatto singolare
che, "a differenza degli dèi che venivano adorati, Cristo era una persona
che era vissuta sulla terra" (M. Harris, "References to Jesus in Early
Classical Authors"). Se questa interpretazione è corretta, allora Plinio
comprendeva che i Cristiani stavano adorando una persona realmente
esistita che però reputavano essere Dio stesso. Questa conclusione
concorda perfettamente con la dottrina del Nuovo Testamento secondo cui
Gesù era Dio ma venne nel mondo come uomo.
Non
solo la lettera di Plinio ci conferma ciò che i primi Cristiani credevano
sulla persona di Gesù, ma rivela anche la grande considerazione in cui
tenevano i Suoi insegnamenti. Ad esempio, Plinio nota che i Cristiani
"pronunciavano il voto solenne" di non violare alcuno standard morale, il
che trova la sua fonte negli insegnamenti e nell'etica di Gesù.
Inoltre, il
riferimento di Plinio all'usanza Cristiana di condividere un pasto comune
fa evidentemente riferimento alla loro osservanza di prescrizioni
Cristiane come la comunione fraterna e lo "spezzare il pane" insieme, di
cui parla il Nuovo Testamento (Habermas, "The Historical
Jesus").
Plinio
sottolinea anche che il loro era "un cibo di tipo ordinario e innocuo",
quindi rigetta le false accuse di "cannibalismo rituale" sollevate da
alcuni pagani, come Cecilio (cfr. Bruce, "Christian Origins", 28), insieme
ad altre simili dicerie (infanticidio, riunioni edipodee e cene tiestee in
cui ci si cibava di infanti), e non ritiene i Cristiani pericolosi membri
di sodalizi sovversivi.
Circa
le molte calunnie contro i Cristiani (su cui aveva anche fatto leva Nerone
per accusarli dell'incendio di Roma), il cartaginese Quinto Settimio
Fiorente Tertulliano (160-222 circa), avvocato e letterato, dichiarò
espressamente che esse non avevano nulla a vedere con i motivi delle
sentenze di morte: "Le vostre sentenze", scrive, "muovono da un
solo delitto: la confessione dell’essere cristiano. Nessun crimine è
ricordato, se non il crimine del nome". Egli anzi cita la formula di
queste sentenze: "In fin dei conti, che cosa leggete dalla tavoletta?
'Egli è cristiano.' Perché non aggiungete anche omicida?"
Prove da
Giuseppe Flavio
Quelli
che forse sono i riferimenti più notevoli a Gesù al di fuori della Bibbia,
si trovano negli scritti di Giuseppe Flavio, uno storico giudeo-romano del
primo secolo, che fu prima delegato del Sinedrio e governatore della
Galilea, ed in seguito consigliere al servizio dell'imperatore Vespasiano
e di suo figlio Tito.
Nelle
sue "Antichità giudaiche", egli menziona diverse volte Gesù e i Cristiani.
In uno dei riferimenti descrive la condanna di un uomo chiamato Giacomo da
parte del Sinedrio. Secondo Giuseppe, questo Giacomo era "il fratello di
Gesù, detto Cristo" (Giuseppe Flavio, Antichità XX,200).
Questa
descrizione combacia con quella fatta dall'apostolo Paolo in Galati 1:19,
dove egli parla di "Giacomo, il fratello del Signore", ed è supportata dal
recente ritrovamento dell'ossario di Giacomo, che è stato datato al
63 d.C. e riporta un'iscrizione in aramaico la cui traduzione è la
seguente: "Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù" (fonte: CNN,
22/10/2002).
In un
altro passo, Giuseppe fa menzione della figura di Giovanni Battista; Erode
Antipa, per sposare Erodiade moglie del proprio fratello aveva ripudiato
la figlia di Arete, re di Nabatene, la quale si rifugiò dal proprio padre.
Ne sorse una guerra nel 36 in cui Erode fu sconfitto, e questo è il
commento di Giuseppe:
"Ad alcuni
dei Giudei parve che l’esercito di Erode fosse stato annientato da Dio,
il quale giustamente aveva vendicato l’uccisione di Giovanni
soprannominato il Battista. Erode infatti mise a morte quel buon uomo
che spingeva i Giudei che praticavano la virtù e osservavano la
giustizia fra di loro e la pietà verso Dio a venire insieme al
battesimo; così infatti sembrava a lui accettabile il battesimo, non già
per il perdono di certi peccati commessi, ma per la purificazione del
corpo, in quanto certamente l’anima è già purificata in anticipo per
mezzo della giustizia. Ma quando si aggiunsero altre persone - infatti
provarono il massimo piacere nell’ascoltare i suoi sermoni - temendo
Erode la sua grandissima capacità di persuadere la gente, che non
portasse a qualche sedizione - parevano infatti pronti a fare qualsiasi
cosa dietro sua esortazione - ritenne molto meglio, prima che ne
sorgesse qualche novità, sbarazzarsene prendendo l’iniziativa per primo,
piuttosto che pentirsi dopo, messo alle strette in seguito ad un
subbuglio. Ed egli per questo sospetto di Erode fu mandato in catene
alla già citata fortezza di Macheronte, e colà fu ucciso" (Antichità
XVIII,116-119).
Altrettanto interessante, e davvero sorprendente, è un capitolo
della stessa opera, conosciuto come "Testimonium Flavianum", nel quale
leggiamo:
"Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna
chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di
uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei,
e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per
denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono
coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al
terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti
queste e migliaia d’altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è
venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati
Cristiani" (Giuseppe Flavio, Antichità
18,63-64).
Alcuni
studiosi esprimono dubbi sull'autenticità del brano; ritengono infatti che
Giuseppe sia realmente l'autore del brano, ma che questo debba essere
stato alterato da qualche Cristiano. Il motivo di questi dubbi è che
Giuseppe non era un Cristiano, e quindi essi trovano difficile credere che
egli potesse fare affermazioni in favore della divinità di Cristo. Ad
esempio, l'affermazione che Gesù era "un saggio" la ritengono originale,
mentre sospettano la frase "se proprio bisogna chiamarlo uomo", in quanto
essa lascia scorgere l'idea che Gesù potesse essere di natura divina. Allo
stesso modo, trovano difficile che un non cristiano possa attribuire a
Gesù il titolo di "Cristo". Notiamo però che secondo il Vangelo ciò fu
precisamente quello che fece Pilato; è scritto anche che Erode credeva nei
miracoli di Gesù, ma che Lui non volle compiere alcuno dei miracoli che
Erode gli chiese di fare. Né Pilato né Erode erano Cristiani. Dopo la
morte di Gesù, persino il centurione romano che era con le guardie arrivò
a dire: "veramente costui era Figlio di Dio".
In
ogni caso, anche scegliendo di non considerare i punti "sospetti" di
questo passaggio, che diversi autori di larga fama (F. K. Burkitt, A. von
Harnack, C.G. Bretschneider e R.H.J. Schutt) hanno invece difeso, rimane
comunque una buona quantità di informazioni che avvalorano la visione
biblica di Gesù. Leggiamo che era "un uomo saggio" e che "compì opere
straordinare". E sebbene fosse stato crocifisso per mano di Pilato, i Suoi
seguaci "non scomparvero", ma anzi continuarono a seguire la via di Cristo
e furono conosciuti come Cristiani. Quando combiniamo queste affermazioni
con la frase di Giuseppe: "Gesù, detto Cristo", ne emerge un quadro
piuttosto dettagliato che si armonizza bene con i resoconti biblici.
Appare sempre più evidente che il "Gesù biblico" e il "Gesù storico" sono
la stessa persona.
Prove dal
Talmud Babilonese
Ci
sono solo pochi riferimenti espliciti a Gesù nel Talmud Babilonese, una
collezione di scritti rabbinici ebrei, compilata verso il 70-500 d.C.
circa. Il primo periodo di compilazione del Talmud è il 70-200 d.C.
(Habermas, ibid.). Il passaggio più significativo che fa riferimento a
Gesù è il seguente:
"Alla vigilia della Pasqua [ebraica], Yeshu fu appeso. Per
quaranta giorni prima dell'esecuzione, un araldo . . . gridava: "Egli
sta per essere lapidato perché ha praticato la stregoneria e ha condotto
Israele verso l'apostasia" (Talmud Babilonese, trad. di I. Epstein,
vol. III, 43a/281).
Esaminiamo questo passaggio. Avrete notato che esso si riferisce a
una persona chiamata "Yeshu". Perché crediamo che si tratti di Gesù?
Perché "Yeshu" (o "Yeshua") è il nome di Gesù in lingua ebraica. Ma allora
perché è scritto che Gesù "fu appeso"? Il Nuovo Testamento non dice che
Gesù fu crocifisso? Questo è certo, ma il termine "appeso" indica proprio
la crocifissione. Ad esempio, in Galati 3:13 leggiamo che Cristo fu
"appeso", in Atti 10:39 che fu "appeso al legno", e in Luca 23:39 questo
termine viene usato anche per i criminali che furono crocifissi assieme a
Gesù. Troviamo questo termine anche in Giuseppe Flavio. Il Talmud
afferma inoltre che Gesù fu crocifisso alla vigilia della Pasqua ebraica,
proprio come riportato nel Nuovo Testamento (Matteo 26:2;
27:15).
Ma che
dire allora dell'annuncio dell'araldo, secondo cui Gesù sarebbe dovuto
essere lapidato? La condanna che avevano in mente i Giudei era
evidentemente la lapidazione (ciò si evince molto chiaramente dal Nuovo
Testamento in Giovanni 10:31-33, 11:8, 8:58-59). Furono i Romani a
cambiare tale giudizio, mutandolo in crocifissione (cfr. Giovanni
18:31-32).
Il
passaggio spiega anche il motivo per cui Gesù fu crocifisso. Esso riporta
che Egli praticava la "stregoneria" e che aveva "condotto Israele verso
l'apostasia". Dal momento che questa affermazione proviene da una fonte
ostile a Cristo, non meraviglia il fatto che questi Ebrei descrivessero la
situazione dal loro punto di vista. È interessante, però, notare il
parallelismo tra queste accuse e quelle rivolte dai farisei a Gesù nel
Nuovo Testamento. Essi infatti, vedendo le liberazione da Lui compiute, lo
accusavano di scacciare i demòni "con l'aiuto di Beelzebub, principe dei
demòni" (Matteo 12:24). Notiamo anche che questa è una conferma del fatto
che Gesù compì realmente delle opere miracolose. A quanto pare i Suoi
miracoli erano talmente reali da non poter essere negati pubblicamente,
dunque l'unica alternativa era attribuirli alla stregoneria! Allo stesso
modo, l'accusa di aver condotto Israele verso l'apostasia, collima con il
racconto del Vangelo secondo cui i capi di Israele accusarono Gesù di
stare sovvertendo la nazione mediante i Suoi insegnamenti (Luca 23:2,5).
Una simile accusa da parte dei religiosi dell'epoca, non fa altro che
confermare la realtà della potenza degli insegnamenti di Gesù. Dunque,
se letto con attenzione, questo passaggio del Talmud conferma diverse
affermazioni che il Nuovo Testamento fa su Gesù.
Prove da
Luciano
Il
retore scettico Luciano, nato a Samosata intorno al 120 e morto dopo il
180, attivo nell'età degli Antonini, ci ha lasciato un'opera intitolata
"La morte di Peregrino". In essa, egli descrive i primi Cristiani nel
seguente modo:
"I Cristiani . . . tutt'oggi adorano un uomo - l'insigne
personaggio che introdusse i loro nuovi riti, e che per questo fu
crocifisso. . . . Ad essi fu insegnato dal loro originale maestro che
essi sono tutti fratelli, dal momento della loro conversione, e [perciò]
negano gli dèi della Grecia, e adorano il saggio crocifisso, vivendo
secondo le sue leggi" (Luciano, De morte Per., 11-13, trad. di H.W.
Fowler).
Sebbene Luciano si beffi dei primi Cristiani per la loro scelta di
seguire "il saggio crocifisso" anziché "gli dèi della Grecia", egli
riporta diverse informazioni interessanti. Innanzi tutto, egli dice che i
Cristiani servivano "un uomo", che "introdusse i loro nuovi riti". E
sebbene i seguaci di questo "uomo" avevano chiaramente un alto concetto di
Lui, molti dei Suoi contemporanei Lo odiavano per i Suoi insegnamenti, al
punto che "per questo fu crocifisso".
Pur
non menzionandone il nome, è chiaro che Luciano si sta riferendo a Gesù.
Ma cosa aveva fatto Gesù per farsi odiare fino a questo punto? Secondo
Luciano, aveva insegnato che tutti gli uomini sono fratelli dal momento
della loro conversione. E fin qui niente di pericoloso. Ma cosa si
intendeva con "conversione"? Significava abbandonare gli dèi Greci,
adorare Gesù, e vivere secondo i Suoi insegnamenti. Non è difficile
immaginare che una persona venga uccisa per aver insegnato queste cose in
quell'epoca. Inoltre, sebbene Luciano non lo dica esplicitamente, il
fatto che i Cristiani rinnegassero gli altri dèi e adorassero Gesù, e
facessero questo pur essendo consapevoli delle persecuzioni cui andavano
incontro, implica che per loro Gesù era senza dubbio più che un essere
umano. Perché tante persone arrivassero a questo, rinnegando tutti gli
altri dèi, appare evidente che per loro Gesù era un Dio più grande di
tutti gli altri dèi che le religioni della Grecia potevano
offrire!
Ricapitoliamo, dunque, ciò che abbiamo appreso su Gesù
da questo studio delle antiche fonti non cristiane.
Primo,
sia Giuseppe Flavio che Luciano riconoscono che Gesù era un saggio.
Secondo, Plinio, il Talmud, e Luciano, implicano che Egli era un
insegnante potente e riverito. Terzo, sia Giuseppe che il Talmud indicano
che Egli compì opere miracolose. Quarto, Tacito, Giuseppe, il Talmud, e
Luciano, menzionano tutti il fatto che Egli fu crocifisso. Tacito e
Giuseppe dichiarano che ciò avvenne sotto Ponzio Pilato. E il Talmud
dichiara che il periodo era quello della vigilia della Pasqua ebraica.
Quinto, ci sono possibili riferimenti alla risurrezione di Gesù sia negli
scritti di Tacito che in quelli di Giuseppe. Sesto, Giuseppe racconta che
i seguaci di Gesù credevano che Egli fosse il Cristo, cioè il Messia. E
infine, sia Plinio che Luciano indicano che i Cristiani adoravano Gesù
come Dio!
Spero
che vi rendiate conto di come anche prendendo in considerazione alcuni
degli antichi scritti non cristiani, le verità su Gesù riportate
nei Vangeli sono da essi avvalorate e confermate. Naturalmente, oltre alle
fonti non cristiane ve ne sono anche innumerevoli Cristiane, come
conseguenza della conversione di tanti a ciò che era ed è più che
semplicemente un fatto storico. Dato però che l'affidabilità storica
dei Vangeli canonici è così saldamente stabilita, e che tramite essi
innumerevoli Cristiani hanno conosciuto Gesù personalmente nella loro
vita, vi invito a leggere direttamente i Vangeli per avere un resoconto
autorevole della "vita di Gesù"!
Note
storiche sulle persecuzioni contro i Cristiani nei primi
secoli
Publio Adriano,
successore di Traiano, imperatore dal 117 al 138, ricevette una lettera
da Quinto Licinio Silvano Graniano, proconsole d’Asia nel 120 circa,
nella quale si richiedevano istruzioni riguardo al comportamento da
tenersi con i Cristiani, spesso oggetto di delazioni anonime e accuse
ingiustificate. Egli rispose con un rescritto, che ci è pervenuto nella
Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, indirizzato al successore di
Graniano, Caio Minucio Fundano, in carica nel 122-123. In esso si
legge:
“Se pertanto i
provinciali sono in grado di sostenere chiaramente questa petizione
contro i Cristiani, in modo che possano anche replicare in tribunale,
ricorrano solo a questa procedura, e non ad opinioni o clamori. E’
infatti assai più opportuno che tu istituisca un processo, se qualcuno
vuole formalizzare un’accusa. Allora, se qualcuno li accusa e dimostra
che essi stanno agendo contro le leggi, decidi secondo la gravità del
reato; ma, per Ercole, se qualcuno sporge denuncia per calunnia,
stabiliscine la gravità e abbi cura di punirlo” (Hist. Eccl. IV, 9,
2-3).
Gli apologisti, a
partire da Giustino, che riporta il testo di questo rescritto in
appendice alla sua prima Apologia, hanno interpretato favorevolmente
questa disposizione, vedendo nella richiesta di Adriano il primo
tentativo di distinguere tra l’accusa di nomen christianus e i
suoi presunti flagitia; il semplice nome cristiano non doveva
essere perseguito, e gli eventuali reati dovevano essere prima
dimostrati tramite regolare processo, come per qualsiasi cittadino. In
tal guisa interpretano anche molti studiosi moderni; tuttavia, ancora
sotto Antonino Pio i Cristiani erano oggetto di persecuzione solamente
in quanto tali.
Il successore di
Antonino Pio, Marco Aurelio Antonino, imperatore dal 161 al 180, scrisse
intorno al 170, in lingua greca, un'opera in 12 libri, intitolata "A
se stesso", nella quale raccolse massime, pensieri, ricordi e
meditazioni di contenuto filosofico. In essa trova spazio un
accenno al martirio dei Cristiani:
"Oh, come è
bella l’anima che si tiene pronta, quando ormai deve sciogliersi dal
corpo, o estinguersi, o dissolversi o sopravvivere! Ma tale disposizione
derivi dal personale giudizio, e non da una mera opposizione, come per i
Cristiani" (Ad sem. XI, 3).
Come già Plinio il
Giovane, così anche Marco Aurelio pare essere infastidito dalla
ostinazione dei cristiani, che vanno incontro al martirio pur di non
rinnegare la propria fede. Per l’imperatore, questo tipo di morte non è
frutto di un giudizio interno, sano e ponderato, ma è il frutto di una “
una mera opposizione”. Ed è proprio sotto l’impero di questo sovrano
"saggio" e filosofo, che prende forma la grande persecuzione che porterà
alla morte, tra gli altri, di Giustino, Policarpo di Smirne, Carpo,
Papilo, Agatonice, e dei cosiddetti Martiri di
Lione.
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