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Prove storiche da fonti non cristiane
dell'esistenza e della vita di Gesù Cristo
studio elaborato sulla base di uno studio di M. Gleghorn
Nonostante
l'inconfutabile evidenza dell'accuratezza e della fedeltà storica del Nuovo
Testamento della Bibbia, molte persone rifiutano di accettarne e crederne il
contenuto perché vogliono un riscontro in fonti non bibliche e non cristiane
che ne avvalorino le affermazioni.
Alcuni agnostici ed
atei affermano che escludendo "qualche oscuro riferimento in Giuseppe
Flavio e simili", non ci sono prove storiche della vita di Gesù al di
fuori della Bibbia.
La realtà è che tali
prove esistono in gran numero, e in questo articolo ne osserveremo qualcuna.
Prove dagli annali di Cornelio
Tacito
Cominciamo con un
passaggio che lo storico Edwin Yamauchi definisce "probabilmente il
riferimento più importante a Gesù al di fuori del Nuovo Testamento".
Cornelio Tacito è comunemente riconosciuto come storico tra i più scrupolosi,
come ci attesta anche l'antica testimonianza di Plinio il Giovane che ne loda
la diligenza; Tacito si dedicò infatti con gran scrupolo alla raccolta di
informazioni e notizie, utilizzando non solo fonti letterarie, ma anche
documentarie. Per la sua posizione politica, egli aveva accesso agli acta
senatus (i verbali delle sedute del senato romano) e gli acta diurna
populi romani (gli atti governativi e le notizie su ciò che accadeva
giorno per giorno).
Riportando la decisione dell'imperatore Nerone di riversare sui Cristiani la
colpa dell'incendio che distrusse Roma nel 64 d.C., Tacito scrisse:
"Nerone
si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la
plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani.
Origine di questo nome era Christus, il quale sotto l'impero di Tiberio era
stato condannato all'estrema condanna dal procuratore Ponzio Pilato" (Tacito, Annali XV, 44).
Cosa possiamo
apprendere da questo antico (e piuttosto animoso) riferimento a Gesù e ai
primi Cristiani? Notiamo, innanzi tutto, che Tacito riporta che il titolo di
Cristiani deriva da una persona realmente esistita, chiamata Christus, il
nome latino per Cristo. Di lui si dice che ha subìto "l'estrema
condanna", alludendo ovviamente al metodo romano di praticare
l'esecuzione capitale mediante la crocifissione.
Questi avvenimenti sono avvenuti "durante il regno di Tiberio" e
per decisione di Ponzio Pilato. Ciò conferma le affermazioni del Vangelo
sulle circostanze della morte di Gesù.
Tacito riporta anche le seguenti notizie sulla persecuzione verso i
cristiani:
"Alla
pena vi aggiunse lo scherno: alcuni ricoperti con pelli di belve furono
lasciati sbranare dai cani, altri furono crocifissi, ad altri fu appiccato il
fuoco in modo da servire d'illuminazione notturna, una volta che era
terminato il giorno. Nerone aveva offerto i suoi giardini per lo spettacolo e
dava giochi nel Circo, ove egli con la divisa di auriga si mescolava alla plebe
oppure partecipava alle corse con il suo carro. . . . [I cristiani] erano
annientati non per un bene pubblico, ma per soddisfare la crudeltà di un
individuo."
Come Tacito, anche
Svetonio (120 d.C.), scriba dell'imperatore Adriano, fa riferimento a Gesù ed
i suoi seguaci nelle Epistole (X, 96). Nella "Vita di Claudio",
inoltre, egli scrive: "Claudio espulse i giudei da Roma, visto che
sotto l'impulso d'un certo Christus non cessavano di agitarsi"
(Claudius 25).
Ci sono inoltre altri
autori antichi, fra i quali Epitteto, Galeno, Celso, l'imperatore Marco
Aurelio, il siriaco Mara Bar Serapion e Luciano di Samosata; questi e altri
hanno fatto allusioni a Gesù e ai cristiani.
(N.d.r.: Per quanto
riguarda i commenti sulle "nefandezze" di cui si accusavano i
Cristiani, si rimanda alle note a fine pagina).
Prove da Plinio il Giovane
Un'altra importante
fonte di prove storiche su Gesù e sui primi Cristiani si trova nelle lettere
di Plinio il Giovane all'imperatore Traiano. Plinio fu allievo del famoso
retore Quintiliano, ed era il governatore romano di Bitinia, in Asia Minore,
e del Ponto. Egli ci ha lasciato una raccolta di epistole contenute in 10
libri, l'ultimo dei quali contiene il carteggio ufficiale tra lui e
l'imperatore Traiano. Queste lettere risalgono per lo più al periodo del
governatorato di Plinio in Bitinia, ovvero agli anni 111-113, e sono una
fonte documentaria di eccezionale importanza.
In una delle sue
lettere, egli chiede consiglio a Traiano sul modo più appropriato di condurre
le procedure legali contro le persone accusate di essere Cristiane (cfr.
Plinio, Epistole X,96).
Plinio dichiara di avere necessità di consultare l'imperatore riguardo a tale
questione, poiché un gran numero di persone, di ogni età, sesso e ceto
sociale, erano state accusate di essere Cristiani.
Il procedimento di
Plinio è il seguente: egli interroga i presunti Cristiani, e se essi
risultano tali, e non ritrattano entro il terzo interrogatorio, li manda a
morte. Per coloro che neghino di essere Cristiani, o dicano di esserlo stato
in passato, anche vent'anni prima (allusione alle apostasie dovute alla
persecuzione di Domiziano?), egli pretende la dimostrazione di quanto
affermano, inducendoli a sacrificare agli dei, a venerare l'effigie
dell'imperatore e a imprecare contro Gesù Cristo.
A un certo punto della
sua lettera, Plinio riporta alcune informazioni sui Cristiani:
"Essi
avevano l'abitudine di incontrarsi in un certo giorno prestabilito prima che
facesse giorno, e quindi cantavano in versi alternati a Cristo, come a un
dio, e pronunciavano il voto solenne di non compiere alcun delitto, né frode,
furto o adulterio, né di mancare alla parola data, né di rifiutare la
restituzione di un deposito; dopo ciò, era loro uso sciogliere l'assemblea e
riunirsi poi nuovamente per partecipare al pasto - un cibo di tipo ordinario
e innocuo"
(Plinio, Epistole, trad. di W. Melmoth, revis. di W.M.L. Hutchinson, vol. II,
X,96).
Questo passaggio ci
fornisce un interessante scorcio della vita e delle pratiche dei primi Cristiani.
Innanzi tutto, leggiamo che i Cristiani si incontravano regolarmente un certo
giorno per adorare. Poi, leggiamo che la loro adorazione era diretta a
Cristo, e ciò dimostra che essi credevano fermamente nella Sua divinità.
Inoltre, la frase di Plinio che sottolinea come i Cristiani cantassero inni a
Cristo "come a un dio", viene interpretata da uno studioso come
riferimento al fatto singolare che, "a differenza degli dèi che venivano
adorati dai romani, Cristo era una persona che era vissuta sulla terra"
(M. Harris, "References to Jesus in Early Classical Authors"). Se
questa interpretazione è corretta, allora Plinio comprendeva che i Cristiani
stavano adorando una persona realmente esistita che però reputavano essere
Dio stesso. Questa conclusione concorda perfettamente con la dottrina della
Bibbia secondo cui Gesù è Dio ma venne nel mondo come uomo.
Non solo la lettera di
Plinio ci conferma ciò che i primi Cristiani credevano sulla persona di Gesù,
ma rivela anche la grande considerazione in cui tenevano i Suoi insegnamenti.
Ad esempio, Plinio nota che i Cristiani "pronunciavano il voto
solenne" di non violare alcuno standard morale, il che trova la sua
fonte negli insegnamenti e nell'etica di Gesù. Inoltre, il riferimento di
Plinio all'usanza Cristiana di condividere un pasto comune fa evidentemente
riferimento alla loro osservanza di prescrizioni Cristiane come la comunione
fraterna e lo "spezzare il pane" insieme, di cui parla il Nuovo
Testamento (Habermas, "The Historical Jesus").
Plinio sottolinea anche
che il loro era "un cibo di tipo ordinario e innocuo", quindi
rigetta le false accuse di "cannibalismo rituale" sollevate da
alcuni pagani, come Cecilio (cfr. Bruce, "Christian Origins", 28),
insieme ad altre simili dicerie (infanticidio, riunioni edipodee e cene
tiestee in cui ci si cibava di infanti), e non ritiene i Cristiani pericolosi
membri di sodalizi sovversivi.
Circa le molte calunnie
contro i Cristiani (su cui aveva anche fatto leva Nerone per accusarli
dell'incendio di Roma), il cartaginese Quinto Settimio Fiorente Tertulliano
(160-222 circa), avvocato e letterato, dichiarò espressamente che esse non
avevano nulla a vedere con i motivi delle sentenze di morte: "Le
vostre sentenze", scrive, "muovono da un solo delitto: la
confessione dell'essere cristiano. Nessun crimine è ricordato, se non il
crimine del nome". Egli anzi cita la formula di queste sentenze: "In
fin dei conti, che cosa leggete dalla tavoletta? 'Egli è cristiano.' Perché
non aggiungete anche omicida?".
Prove da Giuseppe Flavio
Quelli che forse sono i
riferimenti più notevoli a Gesù al di fuori della Bibbia, si trovano negli
scritti di Giuseppe Flavio, uno storico giudeo-romano del primo secolo
(nacque nel 37 d.C.), che fu prima delegato del Sinedrio e governatore della
Galilea, ed in seguito consigliere al servizio dell'imperatore Vespasiano e
di suo figlio Tito.
Nelle sue
"Antichità giudaiche", egli menziona diverse volte Gesù e i
Cristiani. In uno dei riferimenti descrive l'illegale lapidazione
dell'apostolo Giacomo, che era a capo della comunità cristiana di
Gerusalemme, avvenuta nel 62, descritto come un atto sconsiderato del sommo
sacerdote nei confronti di un uomo virtuoso: "Anano ... convocò il
sinedrio a giudizio e vi condusse il fratello di Gesù, detto il Cristo, di nome
Giacomo, e alcuni altri, accusandoli di trasgressione della legge e
condannandoli alla lapidazione" (Ant. XX, 200). Questa descrizione
combacia con quella fatta dall'apostolo Paolo in Galati 1:19, dove egli parla
di "Giacomo, il fratello del Signore".
In un altro passo,
Giuseppe Flavio menziona la figura di Giovanni Battista; Erode Antipa, per
sposare Erodiade moglie del proprio fratello aveva ripudiato la figlia di
Arete, re di Nabatene, la quale si rifugiò dal proprio padre. Ne sorse una
guerra nel 36 in cui Erode fu sconfitto, e questo è il commento di Giuseppe
Flavio:
"Ad alcuni dei
Giudei parve che l'esercito di Erode fosse stato annientato da Dio, il quale
giustamente aveva vendicato l'uccisione di Giovanni soprannominato il
Battista. Erode infatti mise a morte quel buon uomo che spingeva i Giudei che
praticavano la virtù e osservavano la giustizia fra di loro e la pietà verso
Dio a venire insieme al battesimo; così infatti sembrava a lui accettabile il
battesimo, non già per il perdono di certi peccati commessi, ma per la
purificazione del corpo, in quanto certamente l'anima è già purificata in
anticipo per mezzo della giustizia. Ma quando si aggiunsero altre persone -
infatti provarono il massimo piacere nell'ascoltare i suoi sermoni - temendo
Erode la sua grandissima capacità di persuadere la gente, che non portasse a
qualche sedizione - parevano infatti pronti a fare qualsiasi cosa dietro sua
esortazione - ritenne molto meglio, prima che ne sorgesse qualche novità,
sbarazzarsene prendendo l'iniziativa per primo, piuttosto che pentirsi dopo,
messo alle strette in seguito ad un subbuglio. Ed egli per questo sospetto di
Erode fu mandato in catene alla già citata fortezza di Macheronte, e colà fu
ucciso"
(Antichità XVIII,116-119).
Altrettanto
interessante, e davvero sorprendente, è un capitolo della stessa opera,
conosciuto come "Testimonium Flavianum", nel quale leggiamo (libro
18, capitolo 3, paragrafo 3):
"Ci
fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se è lecito chiamarlo uomo: era
infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con
piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci.
Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra
noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano
amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già
annunziato i divini profeti queste e migliaia d'altre meraviglie riguardo a
lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono
chiamati Cristiani" (Giuseppe Flavio, Antichità XVIII, 63-64).
Giuseppe Flavio
menziona anche Giovanni il Battista, e Giacomo il fratello di Gesù. Egli
parla inoltre del battesimo praticato da Giovanni il Battista, dei suoi
discepoli, della sua condanna a morte sotto Erode (Antichità XVIII, 5). E'
interessante la seguente citazione dal libro 20 capitolo 9 paragrafo 1 della
sua opera:
"Festo
era ora morto, e Albino era per la strada; così riunì il Sinedrio dei
giudici, e portò dinanzi a loro il fratello di Gesù che era chiamato Cristo,
il cui nome era Giacomo, e alcuni altri, e quando ebbe formato un'accusa
contro di loro come violatori della legge, li consegnò loro per essere
lapidati" (Giuseppe
Flavio, ibid.).
Alcuni studiosi
esprimono dubbi sull'autenticità del primo brano di questi due brani;
ritengono infatti che Giuseppe Flavio sia realmente l'autore del brano, ma
che questo possa essere stato alterato da qualche Cristiano. Il motivo di
questi dubbi è che Giuseppe Flavio non era un Cristiano, e quindi essi
trovano difficile credere che egli potesse fare affermazioni in favore della
divinità di Cristo. Ad esempio, l'affermazione che Gesù era "un
saggio" la ritengono originale, mentre sospettano la frase "se è
lecito chiamarlo uomo", in quanto essa lascia scorgere l'idea che Gesù
potesse essere di natura divina. Allo stesso modo, trovano difficile che un
non cristiano possa attribuire a Gesù il titolo di "Cristo".
Notiamo però che secondo il Vangelo ciò fu precisamente quello che fece
Pilato; è scritto anche che Erode credeva nei miracoli di Gesù, ma che Gesù
non volle compiere alcuno dei miracoli che Erode gli chiese di fare. Né
Pilato né Erode erano Cristiani. Dopo la morte di Gesù, persino il centurione
romano che era con le guardie arrivò a dire: "veramente costui era
Figlio di Dio" (Matteo 27:54).
Anche lo storico Eusebio, vissuto agli inizi del IV secolo, conosceva questo
passaggio di Giuseppe Flavio e lo accettò come originale; lo stesso fecero
Girolamo e Ambrogio. Persino il tedesco A. von Harnack, noto per le sue
violente critiche, lo considerò originale.
Roger Liebi scrive: "...dal punto di vista della critica dei testi (cioè
dall'esame dei vecchi manoscritti tramandatici), non appare giustificato
neanche il minimo dubbio in merito a una simile falsificazione. Vi è da
aggiungere l'interessante constatazione che Eusebio (263-339) ha conosciuto
questo passo, perché lo riporta due volte nei suoi scritti. Una volta nella
«Storia della chiesa» I,12 e una volta nella «Demonstratio Evangelica» III,5.
Vi è pure da notare che, fra gli altri, il Dott. H. St. John Thackeray, uno
dei più importanti studiosi inglesi delle questioni concernenti Giuseppe
Flavio, ha di recente constatato che questo passo mostra determinate
peculiarità linguistiche che sono caratteristiche di Giuseppe Flavio".
Lo studioso A. Nicolotti commenta: "...se il passo su Gesù fosse stato
costruito a tavolino da un interpolatore cristiano, sarebbe stato
verosimilmente inserito subito dopo il resoconto di Giuseppe su Giovanni
Battista, mentre in Giuseppe l'accenno a Gesù non segue il racconto di
Giovanni. D'altra parte, sarebbe strano che Giuseppe abbia omesso di
registrare qualche informazione su Gesù, dato che si occupa del Battista, di
Giacomo e di altri personaggi del genere; né il cristianesimo, da storico
qual era, gli poteva essere ignoto, essendo a quei tempi penetrato fin nella
famiglia imperiale. Quando poi Giuseppe più avanti tratta di Giacomo, invece
di indicare come si faceva di solito il nome del padre per identificarlo
(Giacomo figlio di...), lo chiama "fratello di Gesù detto il
Cristo", senza aggiungere altro, lasciando intendere che questa figura
era già nota ai suoi lettori. Se a ciò si aggiunge che Flavio Giuseppe parla
già di altri "profeti" (come appunto Giovanni, oppure Teuda), è
perfettamente plausibile che si sia occupato anche di Cristo".
In ogni caso, anche scegliendo di non considerare i punti
"sospetti" di questo passaggio, che diversi studiosi di larga fama
(F. K. Burkitt, C.G. Bretschneider, A. von Harnack e R.H.J. Schutt) hanno invece
difeso, rimane ugualmente una buona quantità di informazioni che avvalorano
la visione biblica di Gesù. Leggiamo che era "un uomo saggio" e che
"compì opere straordinare". E sebbene fosse stato crocifisso per
mano di Pilato, i Suoi seguaci "non scomparvero", ma anzi
continuarono a seguire la via di Cristo e furono conosciuti come Cristiani.
Quando combiniamo queste affermazioni con la frase di Giuseppe: "Gesù,
detto Cristo", ne emerge un quadro piuttosto dettagliato che si
armonizza bene con i resoconti biblici. Appare sempre più evidente che il
"Gesù biblico" e il "Gesù storico" sono la stessa
persona.
Prove dal Talmud Babilonese
Ci sono solo pochi
riferimenti espliciti a Gesù nel Talmud Babilonese, una collezione di scritti
rabbinici ebrei, compilata verso il 70-500 d.C. circa. Il primo periodo di
compilazione del Talmud è il 70-200 d.C. (Habermas, ibid.). Il passaggio più
significativo che fa riferimento a Gesù è il seguente:
"Alla
vigilia della Pasqua [ebraica], Yeshu fu appeso. Per quaranta giorni prima
dell'esecuzione, un araldo . . . gridava: "Egli sta per essere lapidato
perché ha praticato la stregoneria e ha condotto Israele verso
l'apostasia"
(Talmud Babilonese, trad. di I. Epstein, vol. III, 43a/281; cfr. Sanhedrin B,
43b).
Esaminiamo questo
passaggio. "Yeshu" (o "Yeshua") è il nome di Gesù in
lingua ebraica. Ma allora perché è scritto che Gesù "fu appeso"? Il
Nuovo Testamento non dice che Gesù fu crocifisso? Questo è certo, ma il
termine "appeso" indica proprio la crocifissione. Ad esempio, in
Galati 3:13 leggiamo che Cristo fu "appeso", in Atti 10:39 che fu
"appeso al legno", e in Luca 23:39 questo termine viene usato anche
per i criminali che furono crocifissi assieme a Gesù. Troviamo questo termine
anche in Giuseppe Flavio.
Il Talmud afferma inoltre che Gesù fu crocifisso alla vigilia della Pasqua
ebraica, proprio come riportato nel Nuovo Testamento (Matteo 26:2; 27:15).
Ma che dire allora
dell'annuncio dell'araldo, secondo cui Gesù sarebbe dovuto essere lapidato?
La condanna che avevano in mente i Giudei era evidentemente la lapidazione
(ciò si evince molto chiaramente dal Nuovo Testamento in Giovanni 10:31-33,
11:8, 8:58-59). Furono i Romani a cambiare tale giudizio, mutandolo in
crocifissione (cfr. Giovanni 18:31-32).
Il passaggio spiega
anche il motivo per cui Gesù fu crocifisso. Esso riporta che Egli praticava
la "stregoneria" e che aveva "condotto Israele verso
l'apostasia". Dal momento che questa affermazione proviene da una fonte
ostile a Cristo, non meraviglia il fatto che questi Ebrei descrivessero la
situazione dal loro punto di vista. È interessante, però, notare il
parallelismo tra queste accuse e quelle rivolte dai farisei a Gesù nel Nuovo
Testamento. Essi infatti, vedendo le liberazione da Lui compiute, lo
accusavano di scacciare i demòni "con l'aiuto di Beelzebub, principe dei
demòni" (Matteo 12:24). Notiamo anche che questa è una conferma del
fatto che Gesù compì realmente delle opere miracolose. A quanto pare i Suoi
miracoli erano talmente reali da non poter essere negati pubblicamente,
dunque l'unica alternativa era attribuirli alla stregoneria! Allo stesso
modo, l'accusa di aver condotto Israele verso l'apostasia, collima con il
racconto del Vangelo secondo cui i capi di Israele accusarono Gesù di stare
sovvertendo la nazione mediante i Suoi insegnamenti (Luca 23:2,5). Una simile
accusa da parte dei religiosi dell'epoca, non fa altro che confermare la
realtà della potenza degli insegnamenti di Gesù.
Dunque, se letto con attenzione, questo passaggio del Talmud conferma diverse
affermazioni che il Nuovo Testamento fa su Gesù.
Prove da Luciano
Il retore scettico
Luciano, nato a Samosata intorno al 120 e morto dopo il 180, attivo nell'età
degli Antonini, ci ha lasciato un'opera intitolata "La morte di
Peregrino". In essa, egli descrive i primi Cristiani nel seguente modo:
"I
Cristiani . . . tutt'oggi adorano un uomo - l'insigne personaggio che
introdusse i loro nuovi riti, e che per questo fu crocifisso. . . . Ad essi
fu insegnato dal loro originale maestro che essi sono tutti fratelli, dal
momento della loro conversione, e [perciò] negano gli dèi della Grecia, e
adorano il saggio crocifisso, vivendo secondo le sue leggi" (Luciano, De morte Per., 11-13,
trad. di H.W. Fowler).
Sebbene Luciano si
beffi dei primi Cristiani per la loro scelta di seguire "il saggio
crocifisso" anziché "gli dèi della Grecia", egli riporta
diverse informazioni interessanti. Innanzi tutto, egli dice che i Cristiani
servivano "un uomo", che "introdusse i loro nuovi riti".
E sebbene i seguaci di questo "uomo" avevano chiaramente un alto
concetto di Lui, molti dei Suoi contemporanei Lo odiavano per i Suoi
insegnamenti, al punto che "per questo fu crocifisso".
Pur non menzionandone
il nome, è chiaro che Luciano si sta riferendo a Gesù. Ma cosa aveva fatto
Gesù per farsi odiare fino a questo punto? Secondo Luciano, aveva insegnato
che tutti gli uomini sono fratelli dal momento della loro conversione. E fin
qui niente di pericoloso. Ma cosa si intendeva con "conversione"? Significava
abbandonare gli dèi Greci, adorare Gesù, e vivere secondo i Suoi
insegnamenti. Non è difficile immaginare che una persona venga uccisa per
aver insegnato queste cose in quell'epoca.
Inoltre, sebbene Luciano non lo dica esplicitamente, il fatto che i Cristiani
rinnegassero gli altri dèi e adorassero Gesù, e facessero questo pur essendo
consapevoli delle persecuzioni cui andavano incontro, implica che per loro
Gesù era senza dubbio più che un essere umano. Perché tante persone
arrivassero a questo, rinnegando tutti gli altri dèi, appare evidente che per
loro Gesù era un Dio più grande di tutti gli altri dèi che le religioni della
Grecia potevano offrire!
Ricapitoliamo, dunque, ciò che abbiamo appreso su Gesù da questo
studio delle antiche fonti non cristiane.
Primo, sia Giuseppe
Flavio che Luciano riconoscono che Gesù era un saggio. Secondo, Plinio, il
Talmud, e Luciano, implicano che Egli era un insegnante potente e riverito.
Terzo, sia Giuseppe che il Talmud indicano che Egli compì opere miracolose.
Quarto, Tacito, Giuseppe, il Talmud, e Luciano, menzionano tutti il fatto che
Egli fu crocifisso. Tacito e Giuseppe dichiarano che ciò avvenne sotto Ponzio
Pilato. E il Talmud dichiara che il periodo era quello della vigilia della
Pasqua ebraica. Quinto, ci sono possibili riferimenti alla risurrezione di
Gesù sia negli scritti di Tacito che in quelli di Giuseppe. Sesto, Giuseppe
racconta che i seguaci di Gesù credevano che Egli fosse il Cristo, cioè il
Messia. E infine, sia Plinio che Luciano indicano che i Cristiani adoravano
Gesù come Dio.
Rendiamoci conto di
come anche prendendo in considerazione alcuni degli antichi scritti non
cristiani, le verità su Gesù riportate nei Vangeli sono da essi avvalorate e
confermate. Naturalmente, oltre alle fonti non cristiane ve ne sono anche
innumerevoli Cristiane, come conseguenza della conversione di tanti a ciò che
era ed è più che semplicemente un fatto storico.
Dato però che l'affidabilità storica dei Vangeli canonici è così saldamente
stabilita, e che tramite essi innumerevoli persone hanno conosciuto Gesù
personalmente nella loro vita, vi invito a leggere direttamente i Vangeli per
avere un resoconto autorevole della vita di Gesù, e più ancora, per
conoscerLo personalmente nella vostra vita!
A proposito delle dicerie diffuse sui
Cristiani dei primi secoli
L'interlocutore pagano Cecilio, rifacendosi
alle dicerie in voga al suo tempo, scriveva: "Essi [i Cristiani],
raccogliendo dalla feccia più ignobile i più ignoranti e le donnicciuole,
facili ad abboccare per la debolezza del loro sesso, formano una banda di
empia congiura, che si raduna in congreghe notturne per celebrare le sacre
vigilie o per banchetti inumani, non con lo scopo di compiere un rito, ma per
scelleraggine; una razza di gente che ama nascondersi e rifugge la luce, tace
in pubblico ed è garrula in segreto. Disprezzano ugualmente gli altari e le
tombe, irridono gli dèi, scherniscono i sacri riti; miseri, commiserano i
sacerdoti (se è lecito dirlo), disprezzano le dignità e le porpore, essi che
sono quasi nudi! […] Regna tra loro la licenza sfrenata, quasi come un culto,
e si chiamano indistintamente fratelli e sorelle, cosicché, col manto di un
nome sacro, anche la consueta impudicizia diventi incesto. […] Ho sentito
dire che venerano, dopo averla consacrata, una testa d'asino, non saprei per
quale futile credenza […] Altri raccontano che venerano e adorano le parti
genitali del medesimo celebrante e sacerdote […] E chi ci parla di un uomo
punito per un delitto con il sommo supplizio e il legno della croce, che
costituiscono le lugubri sostanze della loro liturgia, attribuisce in fondo a
quei malfattori rotti ad ogni vizio l'altare che più ad essi conviene […] Un
bambino cosparso di farina, per ingannare gli inesperti, viene posto innanzi
al neofita, […] viene ucciso. Orribile a dirsi, ne succhiano poi con avidità
il sangue, se ne spartiscono a gara le membra, e con questa vittima stringono
un sacro patto […] Il loro banchetto, è ben conosciuto: tutti ne parlano
variamente, e lo attesta chiaramente una orazione del nostro retore di Cirta
[…] Si avvinghiano assieme nella complicità del buio, a sorte"
(Octavius VIII, 4-IX, 7).
A risposta di questo armamentario di accuse infamanti e di seconda mano (Ho
sentito dire…), possono valere le parole che il cristiano Giustino rivolgeva
in quegli stessi anni ad un altro accusatore del Cristianesimo, il filosofo
cinico Crescente: "Veramente è ingiusto ritenere per filosofo colui
che, a nostro danno, rende pubblicamente testimonianza di cose che non
conosce, dicendo che i Cristiani sono atei e scellerati; e dice ciò per
ricavarne grazia e favore presso la folla, che resta ingannata" (II
Apologia, VIII).
Si noti che questo intervento raccoglie tutte assieme accuse che già
circolavano dal secolo precedente, sottintese fin dalle parole di Tacito; ma
se alcuni storici si prendevano la briga di verificarne la veridicità, come
fece Plinio il Giovane, altri contribuivano a diffonderle.
Interessante il riferimento al culto della testa d'asino, una vecchia accusa
già usata da Tacito contro gli Ebrei, dalla quale si era già difeso Giuseppe
Flavio; di essa abbiamo anche una rappresentazione figurativa, un graffito di
età severiana ritrovato sul Palatino, e ora conservato nell'antiquarium,
raffigurante la caricatura di un uomo crocifisso con testa d'asino, con ai
suoi piedi un altro uomo in atto di adorazione, il tutto accompagnato dalla
scritta: "Alessameno adora il suo Dio".
Note storiche sulle persecuzioni contro i Cristiani nei primi secoli
Publio Adriano, successore di Traiano,
imperatore dal 117 al 138, ricevette una lettera da Quinto Licinio Silvano
Graniano, proconsole d'Asia nel 120 circa, nella quale si richiedevano
istruzioni riguardo al comportamento da tenersi con i Cristiani, spesso
oggetto di delazioni anonime e accuse ingiustificate. Egli rispose con un
rescritto, che ci è pervenuto nella Storia ecclesiastica di Eusebio di
Cesarea, indirizzato al successore di Graniano, Caio Minucio Fundano, in
carica nel 122-123. In esso si legge:
"Se pertanto i provinciali sono in grado
di sostenere chiaramente questa petizione contro i Cristiani, in modo che
possano anche replicare in tribunale, ricorrano solo a questa procedura, e
non ad opinioni o clamori. E' infatti assai più opportuno che tu istituisca
un processo, se qualcuno vuole formalizzare un'accusa. Allora, se qualcuno li
accusa e dimostra che essi stanno agendo contro le leggi, decidi secondo la
gravità del reato; ma, per Ercole, se qualcuno sporge denuncia per calunnia,
stabiliscine la gravità e abbi cura di punirlo" (Hist. Eccl. IV, 9, 2-3).
Gli apologisti, a partire da Giustino, che
riporta il testo di questo rescritto in appendice alla sua prima Apologia,
hanno interpretato favorevolmente questa disposizione, vedendo nella
richiesta di Adriano il primo tentativo di distinguere tra l'accusa di nomen
christianus e i suoi presunti flagitia; il semplice nome cristiano
non doveva essere perseguito, e gli eventuali reati dovevano essere prima
dimostrati tramite regolare processo, come per qualsiasi cittadino. In tal
guisa interpretano anche molti studiosi moderni; tuttavia, ancora sotto
Antonino Pio i Cristiani erano oggetto di persecuzione solamente in quanto
tali.
Il successore di Antonino Pio, Marco
Aurelio Antonino, imperatore dal 161 al 180, scrisse intorno al 170, in lingua
greca, un'opera in 12 libri, intitolata "A se stesso", nella
quale raccolse massime, pensieri, ricordi e meditazioni di contenuto
filosofico. In essa trova spazio un accenno al martirio dei Cristiani:
"Oh, come è bella l'anima che si
tiene pronta, quando ormai deve sciogliersi dal corpo, o estinguersi, o
dissolversi o sopravvivere! Ma tale disposizione derivi dal personale
giudizio, e non da una mera opposizione, come per i Cristiani" (Ad sem. XI, 3).
Come già Plinio il Giovane, così anche
Marco Aurelio pare essere infastidito dalla ostinazione dei cristiani, che
vanno incontro al martirio pur di non rinnegare la propria fede. Per
l'imperatore, questo tipo di morte non è frutto di un giudizio interno, sano
e ponderato, ma è il frutto di una "una mera opposizione". Ed è
proprio sotto l'impero di questo sovrano "saggio" e filosofo, che
prende forma la grande persecuzione che porterà alla morte, tra gli altri, di
Giustino, Policarpo di Smirne, Carpo, Papilo, Agatonice, e dei cosiddetti
Martiri di Lione.
Si vedano anche:
· Le profezie della
Bibbia adempiutesi in Gesù Cristo
· Poche notizie su
Gesù dalle fonti non cristiane?
· La risurrezione di
Gesù: menzogna o verità?
· Prove
archeologiche a conferma della Bibbia
· Importanza e
affidabilità della Bibbia
· Testimonianze di
martiri cristiani
· Esistono
contraddizioni nella Bibbia?
· La sacra Bibbia su
questo sito
· Qual è il messaggio del
Vangelo di Cristo?
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